Ci sono coste che si difendono con i cancelli e coste che si difendono con la geografia. La Costa Smeralda appartiene alla seconda categoria. Sotto la linea celebre dei suoi hotel e dei suoi porti corre un disegno di granito che si ripiega su sé stesso decine di volte, e ogni piega nasconde una spiaggia che non compare nelle fotografie di rito.
Sono circa cinquantacinque chilometri di litorale, tremilacinquecento ettari fra i comuni di Arzachena e Olbia, tutelati dal 1962 da un consorzio nato per proteggere il paesaggio prima ancora che per venderlo. Quella scelta iniziale — vincolare l’architettura, rispettare i profili, non costruire sulle spiagge — è la ragione per cui oggi, a mezz’ora dai locali di Porto Cervo, si può ancora fare il bagno in una cala dove l’unico rumore è il vento nei ginepri.
Abbiamo scelto sette di questi luoghi. Nessuno è realmente sconosciuto — nulla lo è più — ma tutti chiedono qualcosa in cambio: un sentiero a piedi, un’ora giusta, una barca, la pazienza di lasciare l’auto lontano. È esattamente questo pedaggio che li tiene silenziosi.
Perché l’acqua ha quel colore
Vale la pena capirlo, perché cambia il modo di guardare queste spiagge. Il verde smeraldo che dà il nome alla costa non è un effetto ottico né una particolarità dell’acqua: dipende da ciò che sta sotto. Il granito, disgregandosi, produce una sabbia di quarzo e feldspato molto chiara e riflettente; dove il fondale è basso e sabbioso, la luce lo attraversa, rimbalza sul bianco e torna in superficie con quella tonalità. Dove invece cresce la posidonia — la pianta marina che forma praterie sommerse — il fondo si scurisce e l’acqua vira al blu profondo.
Ecco perché nella stessa cala si vedono bande di colore nettissime, quasi disegnate. E perché la posidonia, che d’estate viene spesso scambiata per sporcizia quando si accumula sulla battigia, è in realtà la ragione per cui queste spiagge esistono: le sue foglie morte formano una barriera naturale che trattiene la sabbia durante le mareggiate invernali. Rimuoverla sistematicamente significa, nel giro di qualche anno, perdere la spiaggia.
1. Li Itriceddi, la macchia che arriva sull’acqua
Si trova nel tratto fra Cala di Volpe e Liscia Ruja, poco prima della grande spiaggia che tutti conoscono. E lì sta il suo vantaggio: quasi tutti proseguono. Li Itriceddi è una successione di piccole insenature separate da lingue di roccia, con sabbia chiara a grana grossa che vira al rosa nelle ore basse del giorno, e un fondale trasparente che degrada con lentezza. Alle spalle, la macchia mediterranea non lascia spazio: ginepri, lentisco, elicriso che al pomeriggio profuma tutta la baia.
È una spiaggia da mattina presto, quando l’acqua è ferma e la luce entra da est. Verso le undici arriva la prima ondata di ombrelloni; verso le sedici se ne va, e la cala torna a essere quello che era. Chi ama camminare può seguire il litorale verso sud e raggiungere Liscia Ruja in poco più di venti minuti, passando da una piccola ansa all’altra: è una delle passeggiate di mare più belle di tutta la costa, e non richiede altro che scarpe che non temano l’acqua.
Come arrivare: dalla provinciale per Porto Cervo, svincolo per Liscia Ruja; si lascia l’auto lungo la strada e si prosegue a piedi per pochi minuti.
2. Cala Petra Ruja, la pietra rossa
Il nome dice tutto: pietra rossa. È il granito, che qui ha una vena calda, quasi ramata, e forma due promontori che chiudono la baia come due mani. Il risultato è un’acqua che resta piatta anche quando fuori il maestrale increspa il canale, e una sabbia mista a ciottoli levigati che scricchiola sotto i piedi.
Petra Ruja si guadagna. Si parcheggia in uno spiazzo a pagamento e si scende per un tratto di sterrato: pochi minuti, ma sufficienti a scoraggiare chi cerca la spiaggia sotto casa. Sul lato sinistro i ginepri arrivano fino alla sabbia e regalano l’unica ombra naturale del posto, che d’agosto vale più di qualsiasi servizio. Sul lato opposto, superando le rocce, si aprono due o tre calette minuscole dove capita di essere gli unici.
È il posto giusto per lo snorkeling: il fondale roccioso a pochi metri da riva, la posidonia più al largo, e una visibilità che nelle giornate di bonaccia sembra irreale.
Come arrivare: fra Liscia Ruja e Razza di Juncu; parcheggio a pagamento e breve tratto a piedi su sterrato.
3. Le spiaggette di Uscimone, quattro invece di una
Gli abitanti le chiamano semplicemente “le spiaggette”, al plurale, perché non ha senso parlarne al singolare: sono quattro fazzoletti di sabbia infilati uno dopo l’altro fra gli scogli, ciascuno grande quanto basta per due o tre famiglie. Non c’è nulla — nessun chiosco, nessun noleggio, nessuna passerella — e questa è precisamente la ragione per cui esistono ancora così.
Si arriva per sentieri stretti che si aprono nella macchia, e la scelta di quale delle quattro occupare diventa una piccola cerimonia: la prima è la più comoda e quindi la più frequentata, l’ultima richiede qualche passo in più su roccia ed è quasi sempre libera. Il consiglio è di portare tutto con sé, acqua compresa, e di calcolare il rientro con luce: al tramonto i sentieri fra i cespugli diventano meno leggibili di quanto sembri.
Come arrivare: a piedi, dai sentieri che si staccano dalla strada costiera nella zona di Cala di Volpe.
4. Piccolo Romazzino e Fumagalli, il retro del sipario
Il Romazzino è uno dei nomi più citati della costa. Pochi metri più in là, un promontorio divide due spiagge molto più piccole che quasi nessuno collega mentalmente a quel nome: il Piccolo Romazzino e la Fumagalli. Stessa acqua, stessa sabbia bianchissima, un decimo delle persone.
Sono spiagge da pomeriggio. La luce che scende di lato accende il granito e rende il turchese più profondo, e verso le sei la maggior parte dei bagnanti si è già spostata altrove. Il promontorio che le separa si supera in un minuto di camminata sulle rocce, ed è un buon punto per un tuffo: l’acqua sotto è subito alta e limpidissima.
Va detto con franchezza: qui la protezione dal vento è modesta. Con maestrale teso il mare si alza e la sabbia vola. In quei giorni conviene cambiare completamente lato della costa e cercare riparo nelle baie esposte a sud-est.
Come arrivare: dalla zona del Romazzino, a piedi lungo il litorale oltre il promontorio.
5. Cala Liccia, tre lingue di sabbia
Cala Liccia non è una spiaggia ma tre, incastonate in un tratto di costa rimasto selvatico, raggiungibili soltanto a piedi. Il paesaggio è quello più autentico della Gallura di mare: rocce arrotondate dal vento, cespugli bassi, nessuna costruzione in vista. Chi arriva fin qui lo fa per la solitudine, e la trova.
Il fondo è misto, sabbia e roccia, e l’acqua ha quella tonalità verde-azzurra che dà il nome all’intera costa. Non ci sono servizi di alcun tipo. Non c’è ombra, se non quella che si conquista appoggiandosi a un masso nel primo pomeriggio. È una spiaggia per chi sa organizzarsi: borsa frigo, telo, cappello, e la disciplina di riportare via tutto ciò che si è portato.
Come arrivare: soltanto a piedi, per sentiero; scarpe chiuse consigliate.
6. La spiaggia del Cervo, che si apre solo dal mare
C’è una sola cala, in questo elenco, che non si raggiunge in nessun modo via terra. La spiaggia del Cervo guarda gli isolotti dei Nibani e si apre esclusivamente a chi arriva in barca: un tender, un gozzo a noleggio, il gommone di un charter di giornata.
La differenza si sente subito. Manca il rumore di fondo che accompagna ogni spiaggia accessibile in auto; restano l’acqua bassissima, il fondo chiaro che riflette la luce verso l’alto e il profilo scuro degli isolotti all’orizzonte. È il posto ideale per una sosta a metà giornata: si scende, ci si bagna, si risale, e la cala resta come l’avete trovata.
Chi si avvicina con un mezzo proprio faccia attenzione a dove getta l’ancora. Le praterie di posidonia che circondano questo tratto di costa sono protette e l’ancoraggio su queste è vietato: si cerca il fondo sabbioso, chiaro e riconoscibile anche dalla superficie, oppure si resta al largo e si arriva a nuoto.
Come arrivare: solo via mare, di fronte agli isolotti dei Nibani.
7. Liscia Renè, il lato selvatico del nord
Risalendo verso il tratto settentrionale della costa, oltre Liscia di Vacca, il paesaggio cambia carattere: diventa più aspro, più esposto, meno addomesticato. Liscia Renè appartiene a questo mondo. È una baia ampia e poco costruita, con la macchia che scende compatta fino alla riva e un orizzonte aperto sulle isole dell’arcipelago.
Ha un pregio che le spiagge più protette non possono avere: quando il mare si muove, qui si vede. Nelle giornate ventose le onde entrano nella baia e il colore dell’acqua si stratifica in bande di verde e blu che non si dimenticano. Non è un posto da bagno tranquillo con i bambini in quelle condizioni, ma è un posto da guardare — e i tramonti, con la costa che vira verso ovest, ripagano l’attesa.
Come arrivare: nel tratto nord della costa, oltre Liscia di Vacca; accesso a piedi dagli sterrati.
Come muoversi, davvero
L’auto è il mezzo più ovvio ed è anche il più problematico. Da metà luglio a fine agosto i pochi spiazzi di sosta vicino alle cale minori sono pieni entro le nove e mezza del mattino, la sosta selvaggia lungo le strade è sanzionata e in diversi tratti gli accessi sono regolati. Chi arriva in auto deve accettare due regole semplici: presto, oppure tardi.
Nei mesi di punta esiste un servizio di navette che collega i principali punti della costa alle spiagge più frequentate: è la soluzione più intelligente per Liscia Ruja e per le cale raggiungibili a piedi da lì, perché elimina completamente il problema del parcheggio. Chi alloggia in villa con un servizio di autista risolve la questione alla radice: si viene lasciati all’inizio del sentiero e ripresi a un orario concordato, senza che nessuno debba rinunciare al bagno per andare a spostare la macchina.
Poi c’è il mare, che è la chiave di lettura corretta di tutta questa costa. Un gozzo a noleggio, con o senza skipper, apre in mezza giornata un elenco di calette che da terra richiederebbero una settimana — e comprende luoghi, come la spiaggia del Cervo, che via terra semplicemente non esistono. Non serve una barca importante: sei metri, un motore modesto e una giornata di bonaccia bastano per capire perché qui, storicamente, ci si è sempre mossi via acqua.
Un’ultima annotazione per chi cammina. I sentieri che scendono a queste cale non sono attrezzati: sono tracce nella macchia, spesso su granito liscio che con le suole sbagliate diventa scivoloso. Nulla di impegnativo, ma le infradito non sono l’attrezzatura giusta, e in luglio conviene affrontarli con acqua e cappello anche quando la camminata dichiarata è di dieci minuti.
Le regole, quelle scritte e quelle no
Portare via sabbia, ciottoli o conchiglie dalle spiagge sarde è vietato per legge, e le sanzioni sono serie: i controlli avvengono anche in aeroporto, e ogni anno decine di viaggiatori se ne accorgono al gate. Non è un dettaglio burocratico. La sabbia di queste cale è un ecosistema chiuso che non si rigenera, e il colore che siamo venuti a cercare dipende esattamente da ciò che resta al suo posto.
Nelle spiagge senza servizi valgono poi le regole non scritte: niente fuochi, niente campeggio, niente musica. Gli animali domestici sono ammessi soltanto dove è espressamente indicato, e in alta stagione diversi comuni della zona limitano l’uso della plastica monouso e il fumo sull’arenile. Sono restrizioni facili da rispettare e sono la ragione per cui questi luoghi hanno ancora senso.
Quando andare
Giugno e settembre sono i mesi in cui questa costa dà il meglio: l’acqua è già calda o ancora calda, la luce è più lunga, i sentieri non sono affollati e le calette piccole tornano a essere piccole per pochi. Luglio e agosto restano splendidi ma chiedono strategia: si arriva prima delle nove e mezza, oppure dopo le cinque del pomeriggio, quando il primo turno di ombrelloni si smonta e la spiaggia si svuota nell’ora migliore.
Il vento, poi, decide più del calendario. Con maestrale — il vento dominante da nord-ovest — le baie esposte a nord diventano scomode e quelle riparate a sud-est diventano perfette; con scirocco succede l’esatto contrario. Guardare le previsioni la sera prima e scegliere il lato della costa di conseguenza è l’unico vero segreto della Costa Smeralda: tutto il resto sono nomi di spiagge.
Perché la parte più bella di questo litorale non è mai stata dove si affollano le fotografie. È in quei duecento metri di sentiero fra il parcheggio e il mare, dove il rumore si spegne, la macchia si chiude alle spalle e l’acqua compare tutta insieme.