A pochi chilometri dai porti di Porto Cervo, dove il nome Arzachena evoca yacht e stagioni mondane, c’è un altro Arzachena che ha 6000 anni e che la maggior parte dei visitatori non vede mai. 8 siti archeologici distribuiti su 3 aree, che raccontano una storia molto più lunga di quella cominciata nel 1962.
Non è un parco nel senso comune del termine: non c’è un ingresso unico, non c’è un percorso obbligato. Sono monumenti sparsi nella campagna gallurese, ciascuno con la sua biglietteria e il suo custode. Ed è forse questo il modo migliore di visitarli.
Prima di tutto: cosa non sono
Due nomi qui creano più confusione di quanta ne chiariscano, e conviene sistemarli subito.
Le tombe dei giganti non hanno nulla a che vedere con i giganti. Sono sepolture collettive dell’età nuragica, e il nome è popolare e tardo: nasce dalla monumentalità delle strutture, non dalla statura di chi vi era deposto. L’archeologia collega invece la loro forma a una figura precisa: il corpo allungato e absidato come muso di toro, la facciata ricurva dell’esedra come corna. La lettura è di Giovanni Lilliu, il padre dell’archeologia nuragica.
I circoli megalitici, poi, non sono nuragici affatto. Sono neolitici, e precedono le tombe dei giganti di circa due millenni. Confonderli è l’errore più comune, e fa perdere il senso di tutta la sequenza: ad Arzachena si vedono due civiltà distinte, separate da un tempo enorme, che occupano lo stesso paesaggio.
Li Muri: il sito più antico e più strano
La necropoli di Li Muri è il punto di partenza, cronologicamente e concettualmente. È neolitica — le fonti istituzionali la datano fra il quinto e il quarto millennio avanti Cristo, con divergenze anche notevoli fra loro, quindi qualsiasi data secca letta altrove va presa con cautela.
Quattro circoli funerari tangenti, di diametro compreso fra cinque e otto metri e mezzo. Ogni circolo è una serie di lastre infisse a coltello che conteneva un tumulo di terra e pietre; al centro, una cassa litica ospitava il defunto. L’aspetto originario non era quello di cerchi di pietra a vista, come si immagina oggi, ma di collinette artificiali affiancate. Menhir infissi nel cerchio esterno segnalavano le tombe, o rappresentavano divinità e anime dei morti.
La particolarità che rende Li Muri unico sta nel rito. Mentre nel resto della Sardegna neolitica si seppelliva collettivamente, qui la sepoltura era individuale: uno, al massimo due corpi, in posizione rannicchiata, cosparsi di ocra rossa — il colore della rigenerazione. I corredi comprendevano lame di selce, collane in steatite, accette in pietra levigata.
È una tipologia esclusiva della Gallura, tanto che gli archeologi parlano di “cultura di Arzachena”. E i confronti più stringenti non si trovano nel resto dell’isola, ma in Corsica meridionale, in Catalogna e nel Midi francese: questo angolo di Sardegna, seimila anni fa, guardava a occidente.
Un dettaglio che vale il viaggio: in posizione appartata, a Li Muri, sorge una piccola tomba a corridoio dell’età del Bronzo costruita sopra un circolo preesistente. La sovrapposizione delle due epoche non è una teoria: si vede.
Li Lolghi e Coddu ‘Ecchju: le due grandi tombe
A poca distanza da Li Muri, e appartenente a un mondo completamente diverso, c’è Li Lolghi: una delle più grandi tombe dei giganti della Sardegna, ventisette metri di lunghezza complessiva. Anche qui la stratigrafia racconta due tempi. Il nucleo originario è una piccola galleria coperta del Bronzo antico; la facciata semicircolare, il corridoio e il tumulo che oggi la rendono monumentale sono stati aggiunti secoli dopo. La stele monolitica al centro supera i tre metri e mezzo.
Coddu ‘Ecchju — si trova scritto anche Coddu Vecchju — ha la stessa storia in due fasi e un primato: la sua stele centinata, alta poco più di quattro metri, è la più alta dell’isola. Probabilmente era il cimitero del vicino villaggio di La Prisgiona, a seicento metri.
Vale la pena capire come funzionavano. Il piccolo portello arcuato alla base della stele, quello davanti al quale tutti si fotografano, non serviva a far passare i corpi: era troppo stretto. Serviva a introdurre offerte in recipienti di ceramica. L’inumazione avveniva probabilmente dall’alto, rimuovendo una lastra di copertura.
L’esedra — lo spazio semicircolare davanti alla facciata — era l’area cerimoniale. I frammenti di contenitori per cibi e bevande ritrovati proprio lì confermano che vi si consumavano pasti rituali in onore dei defunti e degli antenati. Le fonti antiche testimoniano perfino riti di incubazione: si dormiva presso la tomba, sui banconi dell’esedra, per ricevere presagi o guarigioni.
Un ultimo dato che colpisce: la sepoltura era collettiva senza distinzione di età, sesso o ruolo sociale. In queste tombe non c’erano capi.
La Prisgiona: il villaggio
Se le tombe dicono come si moriva, La Prisgiona dice come si viveva, ed è il sito che sorprende di più chi si aspetta soltanto pietre.
È un nuraghe complesso: un mastio centrale a tholos con due torri laterali unite da un bastione triangolare, e una camera a falsa cupola che sfiora i sette metri di altezza. Ma il nuraghe è solo il centro. Attorno si estende un villaggio di circa cento capanne su quattro ettari, con un cortile che ospita quella che gli archeologi chiamano la Capanna delle Riunioni.
Nel cortile c’è un pozzo profondo più di sette metri, ancora attivo, dal quale sono emerse brocchette askoidi — la ceramica più raffinata del nuragico, quella che viaggiava per il Mediterraneo. Il sito visse dal quattordicesimo agli inizi dell’ottavo secolo avanti Cristo, con una successiva frequentazione romana.
L’area di Malchittu: il nuraghe ibrido e il tempio
La terza area, verso Olbia, ospita tre monumenti diversissimi fra loro.
Il nuraghe Albucciu è un caso di studio: un nuraghe “misto”, che combina soluzioni del nuraghe a corridoio con espedienti tipici di quello a tholos, costruito sfruttando un affioramento granitico invece di elevarsi da zero. La facciata rettilinea misura venti metri.
La vicina tomba dei giganti Moru era il sepolcro degli abitanti di Albucciu, e ha una particolarità architettonica: è l’unico esempio nel territorio di Arzachena con il prospetto realizzato a filari di blocchi anziché con lastre infisse a coltello. È l’evoluzione tecnica delle tombe dei giganti, colta sul posto. E fu luogo sacro molto a lungo: vi sono stati trovati una moneta punica e un cippo con il simbolo di Tanit, cioè testimonianze di culto secoli dopo la fine dell’uso nuragico.
Il tempietto di Malchittu, infine, è il monumento più raro e il più faticoso. È un edificio di culto a pianta rettangolare absidata con atrio, del tipo cosiddetto “a megaron”, e conserva ancora il bancone, i sedili e il focolare centrale. Si trova a centoventi metri di quota e si raggiunge solo a piedi: circa un chilometro e mezzo di sentiero in salita, con l’ultimo tratto ripido su roccia. Servono scarpe vere. È l’informazione più utile di tutta questa guida per chi arriva dalla costa in sandali.
L’ottavo sito, che non è un monumento
Il conto arriva a otto grazie al Fungo, in gallurese Monti Incappiddhatu, un ammasso granitico modellato dal vento a pochi passi dal centro di Arzachena. Non è stato costruito da nessuno: è erosione. Ma gli scavi hanno dimostrato che fu usato come riparo sotto roccia dal Neolitico recente e in epoca nuragica, il che lo rende un sito abitativo a tutti gli effetti. Si visita liberamente, ed è l’unico degli otto a non richiedere biglietto.
Una Gallura che guardava a occidente
C’è un dato che vale la pena tenere presente attraversando questi siti, perché ribalta l’idea comune di un’isola isolata.
I circoli megalitici della Gallura non hanno paralleli nel resto della Sardegna, ma li hanno — stringenti — nella Corsica meridionale, in Catalogna e nel Midi francese. Fanno parte del megalitismo europeo occidentale, quella grande famiglia di architetture funerarie in pietra che dal Neolitico corre lungo le coste atlantiche e mediterranee. Detto altrimenti: nel quinto millennio avanti Cristo questo angolo di Sardegna era culturalmente più vicino alla Corsica e alla Provenza che al centro della propria isola.
Millenni dopo, il nuragico ribalta la prospettiva. Le brocchette askoidi ritrovate nel pozzo di La Prisgiona appartengono a una classe ceramica che circolava per tutto il Mediterraneo; nel Bronzo recente e finale la Sardegna nuragica è un nodo commerciale attivo, non una periferia. E la tomba dei giganti Moru continua a essere luogo di culto in età punica, con una moneta e un simbolo di Tanit a testimoniarlo — cioè quando i Cartaginesi erano già arrivati e i costruttori originari erano morti da secoli.
Questi monumenti non raccontano un popolo chiuso. Raccontano un territorio che ha cambiato più volte orientamento, e che ha continuato a considerare sacri gli stessi luoghi anche quando aveva smesso di capirli.
Perché sono qui, e non altrove
Guardando la campagna attorno ai siti si capisce la logica insediativa, ed è la stessa che regola la Gallura ancora oggi.
Il granito è la materia prima e il vincolo: si costruisce con quello che c’è, e Albucciu incorpora addirittura un affioramento roccioso nella propria struttura invece di spianarlo. Il granito disgregandosi dà suoli poveri e sabbiosi, buoni per il pascolo e per la vite, non per il grano. Il risultato è un paesaggio a bassa densità, di insediamenti sparsi, che era già così nel Bronzo ed è ancora così adesso.
Poi c’è l’acqua, che decide tutto. Il pozzo di La Prisgiona, profondo più di sette metri, è ancora attivo dopo tremila anni: quel villaggio è cresciuto lì perché lì c’era da bere. Le tombe stanno a distanza breve dall’abitato — seicento metri fra La Prisgiona e Coddu ‘Ecchju, duecento fra Albucciu e Moru — abbastanza da separare i vivi dai morti, abbastanza poco da tenerli in vista.
Il tempietto di Malchittu, invece, sta in alto e lontano da tutto. Non era un luogo di passaggio: era un luogo che si raggiungeva apposta. È la ragione per cui, ancora oggi, ci si arriva soltanto a piedi.
Le duemilacinquecento pagine bianche
C’è un aspetto di questa storia che raramente viene raccontato, e che il Comune stesso ammette con notevole onestà: fra i circoli neolitici di Li Muri e i primi nuraghi corrono circa duemilacinquecento anni di cui si sa pochissimo. «Il libro della storia di Arzachena ha ancora molte pagine bianche», si legge nelle pagine ufficiali del parco.
Anche la fine della civiltà nuragica non è un evento ma una lunga dissoluzione. La costruzione di nuovi nuraghi cessa già intorno al dodicesimo secolo avanti Cristo; il declino politico comincia con l’espansione cartaginese e prosegue con quella romana, ma nelle zone interne dell’isola tratti di quella cultura sopravvivono per secoli. Diffidate di chi vi dà una data di scomparsa.
Come si visita
Il biglietto è cumulativo a scalare: se ne acquistano da uno a sette monumenti, con tariffa per monumento decrescente. Esistono anche pacchetti per singola area — Malchittu, Capichera, Li Muri — pensati per chi ha tempo per una zona sola.
Non esiste un ingresso unico: ogni area ha la propria biglietteria e il proprio numero di telefono. La guida non è obbligatoria: visite guidate e audioguide sono disponibili, ma si può girare in autonomia. I siti sono aperti tutto l’anno e, quando un’area è chiusa, è possibile prenotare la visita telefonando.
Gli orari cambiano nel corso dell’anno e talvolta anche per singole giornate, per ragioni logistiche o eventi: è l’unica cosa che conviene verificare il giorno prima sulle pagine del Comune, invece di fidarsi di quello che si legge in giro.
Se avete mezza giornata, la combinazione più densa è l’area di Capichera: La Prisgiona e Coddu ‘Ecchju distano seicento metri e raccontano insieme il villaggio e il suo cimitero. Se ne avete una intera, aggiungete Li Muri e Li Lolghi, e avrete attraversato duemila anni in un pomeriggio.